Valori

Quando la nostra controparte (la destra) non sa cosa dire, ci accusa di non essere portatori di “valori” fondamentali. Beh, forse vi interesserà sapere che questo non è affatto vero. I miei valori (personali ma condivisi da gran parte dei miei “commilitoni”) sono i seguenti.

Onestà nei confronti di sé stessi

Non è possibile fare nessun discorso serio se, come prima cosa, si comincia proprio con il raccontare delle fole a sé stessi.

Questo è il caso, per esempio, della religione. Siamo tutti condannati a morire. Non risorgeremo. Non risorgeranno i nostri cari. Quando i nostri cari muoiono non vanno da nessuna parte. Smettono semplicemente di esistere come coscienze e personalità, oltre che come corpi materiali. Li perdiamo. Li perdiamo in modo completo e definitivo.

Tutto questo è molto triste – anzi: è tragico – ma è la pura, semplice, immodificabile realtà.

Se non si accetta la realtà, questa realtà, e non la si affronta con gli strumenti che appartengono al mondo reale, non è possibile fare nessuna discussione seria. Come diceva Voltaire, se ci permettiamo il lusso filosofico di credere in assurdità come quelle che ci propongono le religioni (tutte le religioni), allora ci permetteremo anche di commettere ogni sorta di atrocità in nome di esse. È già successo. Anzi: succede continuamente.

Questo vale anche in altri contesti. Ad esempio, vale anche per il comunismo (e/o il socialismo). Il comunismo come lo avevano concepito i nostri padri (od i nostri nonni, per essere più precisi) è morto. Possiamo discutere a lungo attorno alle cause del decesso ma resta il fatto che quel modello politico è morto. Possiamo accettare questa “triste” realtà, farcene una ragione e proseguire nel nostro cammino oppure possiamo restare ancorati ad un mondo che non esiste più da decenni. Nel primo caso, possiamo ancora proporre qualcosa di interessante e di utile a questa società. Nel secondo, siamo condannati ad una sacrosanta emarginazione.

Onestà nei confronti degli altri

Non si possono rappresentare gli altri e tentare di approffitare della loro fiducia. Nel mio piccolo (il mio lavoro subisce pesantemente gli effetti degli umori del mercato), pago le tasse. Le pago tutte e sfido pubblicamente chiunque a dimostrare il contrario. Rispetto i limiti di velocità ed i divieti di sosta.

Cosa molto più importante, non cerco mai di fregare un cliente. Faccio sempre del mio meglio e chiedo il giusto. Anche in questo caso, sfido chiunque a dimostrare il contrario.

Di conseguenza, non accetto scorrettezze da parte di altri.

Quando qualcuno cerca di fregarmi, o di fregare persone meno accorte di loro in mia presenza, mi incazzo. Mi incazzo come una bestia. Potete farvi un’idea delle mie incazzature leggendo i miei vecchi articoli.

Solidarietà e Partecipazione

Dalla prima metà degli anni ’80, con la nascita del fenomeno “yuppie”, la nostra società ha adottato su larga scala un modello di convivenza basato sulla cura dell’interesse personale (anche a discapito degli altri), sulla competizione e sulla “accettazione” (o “promozione”?) delle differenze sociali.

Sul breve periodo (decenni) e su piccola scala (nazioni) questo modello è vincente. Porta alla creazione di individui ricchi, di nazioni forti e di un certo, diffuso benessere.

Sul medio (un po’ più di decenni) e sul lungo (secoli) periodo o su larga scala (continenti, mondo), questo modello di convivenza è letale. Porta al conflitto sociale, alle guerre, alla distruzione delle risorse naturali da cui tutti dipendiamo, ad una vasta povertà e ad un imbarbarimento generalizzato.

Se da un lato è un nostro sacrosanto diritto badare ai nostri interessi ed è un nostro preciso dovere renderci autosufficienti, dall’altro non possiamo esimerci dall’obbligo (pratico, non morale) di prenderci cura del nostro sistema sociale, del nostro sistema produttivo, del nostro sistema politico, del nostro ambiente e, ovviamente, delle altre persone.

Non viviamo su un isola. Viviamo in una società fortemente interconnessa in cui molte cose devono, per forza di cose, essere fatte insieme. Non possiamo esimerci dalla partecipazione e dalla solidarietà.

Scuola, assistenza sanitaria, viabilità ed altre cose sono beni che devono funzionare bene e che devono funzionare bene per tutti. Anche Internet è qualcosa di questo tipo.

Bisogna accettare il fatto che per avere un mondo migliore, un mondo in cui noi ci troviamo a nostro agio, si debbano spendere dei soldi e delle energie per cose che non ci appartengono e che verranno usate anche da altri. Bisogna farsi carico di una parte delle spese che altri non possono sopportare.

La solidarietà e la partecipazione non sono opzioni. Sono necessità. Necessità pratiche ed immediate. Per quanto possa sembrare paradossale, solidarietà e partecipazione soddisfano delle nostre necessità egoistiche. Non è proprio il caso di vederle come “concessioni” che si fanno verso il mondo esterno.

Disinteresse

Gran parte delle cose che facciamo ogni giorno devono, per forza di cose, essere fatte in nome dell’interesse personale (per soldi, in buona sostanza). Questo è necessario per la nostra sopravvivenza ed è giusto da un punto di vista tecnico (viviamo in un sistema di libero mercato, qualunque sia la nostra opinione su di esso).

Tuttavia, molte altre cose devono essere fatte senza badare al proprio interesse personale. Uno dei più gravi problemi del nostro paese, infatti, è il cosiddetto “orticellismo”, cioè l’incapacità di guardare al di là del proprio interesse immediato.

Ognuno di noi ha un suo piccolo o grande ammontare di soldi, di ore di vita, di calorie e di sinapsi da usare a questo scopo. L’uso di queste risorse per cose che non danno nessun ritorno immediato a livello personale non è uno spreco od un peccato, come ritengono alcuni. Si tratta semplicemente di un investimento a lungo termine e/o a largo spettro.

Lungimiranza

Noi possiamo anche disinteressarci del futuro ma il futuro, potete starne certi, prima o poi si interesserà a noi. Quando arriverà, ci coglierà impreparati e saranno guai seri.

È proprio così che siamo riusciti a diventare sempre i primi della lista in qualunque graduatoria negativa che venga stilata da qualunque organismo internazionale (disoccupazione, povertà, criminalità, corruzione, ignoranza, etc.). Ci siamo sempre fatti cogliere impreparati.

Bisogna saper guardare avanti. Bisogna saper discutere anche delle possibili minacce con serenità, senza toccarsi le balle quando qualcuno ne parla. Bisogna saper pianificare gli interventi. Bisogna saper mettere in atto delle misure cautelari. Bisogna saper “sognare”. Bisogna sapersi immaginare un futuro e saperlo perseguire.

Competenza tecnica

Viviamo in un modo quasi completamente dominato dalla nostra ipertrofica tecnologia: forni a microonde, sistemi ABS, televisori LCD, sistemi diagnostici basati su NMR, robot industriali, telefoni cellulari, computer, Internet, etc.

Non si può vivere in questo mondo senza comprendere a fondo queste tecnologie. C’è da farsi male. C’è da far male agli altri.

Meno che mai si possono prendere delle decisioni strategiche, in ambito aziendale o politico, senza comprendere questo aspetto della nostra vita.

In realtà, al giorno d’oggi non si può più nemmeno fare della speculazione filosofica senza partire da ciò che la scienza e la tecnologia ci dicono sull’universo e su noi stessi.

Una vasta e, per quanto possibile, approfondita competenza tecnica è ormai obbligatoria, a tutti i livelli. Questo vuol dire che sono necessarie una seria formazione scientifica ed una seria preparazione tecnica. Anche per i laureati in lettere.

Più in generale, il nostro mondo impone che vengano prese decisioni razionali e tempestive in molti settori, sempre più complessi. Se c’è qualcosa che non possiamo più permetterci sono l’improvvisazione e l’incompetenza.

Apertura

La corruzione, la frode e molti altri reati vivono della segretezza. Il malgoverno vive nella segretezza. Un sistema “chiuso” e riservato tenede per sua natura a creare ed a difendere un’area di privilegio, producendo un danno a chi resta fuori da quella cerchia.

Questo sistema basato sulla chiusura e sulla segretezza (che si chiama “sistema feudale” o “sistema tribale”), è vincente sul breve periodo (decenni) perchè permette la nascita di centri di potere che poi guidano lo sviluppo del resto del sistema.

Questo stesso sistema è letale quando il sistema raggiunge le dimensioni tipiche di una società o di una grande azienda. Le lotte di potere, la mancanza di controllo, l’asimmetria informativa tra le parti, portano ad un crescente livello di conflitto ed alla degenerazione del sistema nel suo complesso.

Al giorno d’oggi, sono i sistemi aperti ad avere un vantaggio evolutivo.

Un sistema aperto è Linux, ad esempio, ma è un sistema aperto, molto più cruciale, anche un parlamento (quello nazionale o quello europeo). Ogni volta che siamo di fronte ad un consesso in cui si può discutere ed interagire liberamente, alla luce del sole, siamo di fronte a qualcosa di utile e che appartiene al nostro secolo. Negli altri casi siamo di fronte ad una minaccia ed a qualcosa che appartiene al medioevo.

Alessandro Bottoni

alessandro.bottoni@infinito.it

www.alessandrobottoni.it

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