Bilancio EU2009

Dopo un giro di elezioni è buona abitudine fare un minimo di analisi politica dei risultati ottenuti. Qui di seguito trovate le mie personalissime riflessioni.

Il successo del Partito Pirata svedese

Il Partito Pirata svedese ha ottenuto oltre il 7% dei voti ed è riuscito a mandare un suo rappresentante al Parlamento Europeo. Si tratta di un successo del tutto inatteso e del tutto privo di precedenti. Pensate solo che ha fatto meglio dell’UDC di Pierferdinando Casini!

Questo è stato possibile grazie a due cose: un impegno che si protrae da anni (ed è seriamente supportato sia da volontari che da finanziatori) e l’effetto boomerang del processo a ThePirateBay.

Ora però il PPS si trova al parlamento europeo con un programma politico composto da una sola voce: “aboliamo il copyright”. Francamente, non credo che possa dare buona prova di sé partendo da queste basi. La politica, quella vera, è fatta di decisioni molto diverse tra loro e và affrontata con un programma politico molto più ampio ed articolato.

Il Partito Pirata Italiano

Durante la campagna elettorale, la critica che mi è stata posta più spesso è stata: “voi state dalla parte dei ladri”.

Ho faticato non poco per spiegare al pubblico che questa NON è la nostra posizione.

Il PPI viene percepito come l’iniziativa politica di qualche opportunista senza scrupoli, disposto a cavalcare l’onda del fenomeno del file sharing, o come una goliardata portata avanti da un gruppo di ragazzini irresponsabili ed incoscienti. Questo anche a causa di un nome che avrebbe dovuto essere una simpatica provocazione ma che viene letto da molti elettori come un manifesto dell’illegalità.

Francamente, comincio a pensare che sarebbe opportuno cambiare nome all’associazione ed adottare qualcosa come “Nazione Internet”. Ci risolverebbe parecchi problemi.

Superato questo scoglio, quasi tutti i commentatori sono rimasti sorpresi ed affascinati dalla completezza, dalla serietà e dalla articolazione del nostro programma politico. Di fatto, molti critici sono rimasti senza parole di fronte ad esso.

Credo quindi che sia questa la strada da seguire.

Sinistra e Libertà

Come ho detto sin dal primo momento, non ho mai seriamente creduto nella possibilità che Sinistra e Libertà e gli altri cocci della “sinistra storica” potessero superare la barriera di sbarramento del 4%. La mia previsione si è puntualmente avverata e conferma quindi la mia diagnosi iniziale: la sinistra italiana deve obbligatoriamente raccogliersi attorno al suo partito di maggiore rappresentatività, cioè il PD, volente o nolente.

Diro di più: è GIUSTO che sia così. La nostra democrazia NON ha bisogno di 200 partiti per dare voce a tutte le sue anime. Abbiamo bisogno di DUE (non tre) grandi schieramenti che portino la voce dei cittadini a livello politico e di 120.000.000 di associazioni (due per ogni cittadino italiano) che diano voce alle esigenze più peculiari. Ma deve trattarsi di ASSOCIAZIONI, non di partiti politici.

A parte questo, SeL si è rivelata essere ancora troppo “sinistra” per l’elettorato italiano (ed anche per me). Ad esempio, la lotta contro il “decreto sicurezza” (pur giusta e forse doverosa) ci è costata sicuramente un bel po’ di voti. La ragione è ovvia: in un paese che viene quotidianamente invaso da delinquenti di ogni sorta, non è possibile opporsi alle misure di controllo dell’immigrazione. L’opinione pubblica non può capire simili “finezze” legal/filosofiche e reagisce votando a destra.

In modo analogo, SeL (e tutta la sinistra) non è riuscita a marcare in modo abbastanza deciso la distanza dalle frange più estremiste dei verdi. Personalmente, ho anche provato a lanciare una iniziativa in tale senso (“in my backyard, please”), insieme a Roberto Musacchio, ma non è servito a nulla. Troppo tardi, troppo poco e troppo sconosciuta. Su questi temi la sinistra è costretta a giocare in difesa, a giustificarsi ed a scusarsi. Non è facile recuperare un minimo di credibilità dopo aver avuto Pecoraro Scanio al governo.

La sinistra in generale

Più in generale, tutta la sinistra non è ancora riuscita a ritrovare una sua identità (a partire dal PD). Personalmente, credo che il nocciolo del problema consista nella storica incapacità della sinistra di scegliersi gli “amici giusti”. Mi spiego: la sinistra italiana, per come la vedo io e per come probabilmente la vedono molti italiani di sinistra, NON dovrebbe accogliere nei suoi ranghi le seguenti frange.

  1. Le frange più estremiste e meno razionali del mondo ecologista. In generale, gli ecologisti ed i Verdi vengono ormai visti come un veleno paralizzante per la società e per l’economia (e non si può certo dire che questa critica sia del tutto infondata). Bisogna avere il coraggio di lasciarli andare per la loro strada.
  2. Le frange più anarcoidi e giovanilistiche, cioè quelle più legate alla tradizione marxista od alla tradizione anarchica. Francamente, una sinistra credibile non può andare a cercare i suoi elettori nei centri sociali.
  3. I TeoDem. Francamente, non si capisce come sia stato possibile accogliere gente come la Paola Binetti all’interno del PD. La sola presenza dei TeoDem impedisce l’ingresso nel PD di quel 6% di elettori che continuano a gravitare inutilmente intorno alla sinistra storica (tra cui il sottoscritto). Su questo punto, bisogna aver il coraggio di buttare fuori da un partito di (centro)sinistra ciò che è palesemente di estrema destra.
  4. Le frange più “internazionaliste” e più orientate alla geopolitica. Francamente, in un paese di frontiera come il nostro non è più possibile pretendere di abolire ogni dogana e di ignorare ogni differenza etnica e culturale come se non esistesse. Le frontiere sono necessarie e vanno fatte rispettare. Le differenze etniche e culturali esistono e vanno gestite. Di questo bisogna rendersi conto.

Più in generale, è tempo che la sinistra si renda conto che deve rappresentare una popolazione che è composta da “piccoli borghesi” italiani e di stampo progressista. Ripeto qui una cosa che dicevo già in FIGC nel 1978: i proletari ed i sottoproletari, intesi come massa che può sconvolgere la politica, NON esistono più. Non esistono più dagli anni ’60.

La popolazione che ora dobbiamo rappresentare è formata da operai, impiegati, lavoratori autonomi e piccoli imprenditori che stanno abbastanza bene (spesso hanno la casa di proprietà e qualche soldino in banca) ma che condividono anche una stessa debolezza: dipendono tutti dal loro lavoro per la loro sopravvivenza. Se perdono il loro lavoro (dipendente od autonomo che sia) precipitano nella miseria e sono costretti ad ingrossare le file della criminalità. Questo è il nuovo “proletariato”, quello a cui si rivolgerebbe Marx stesso se potesse farlo.

Non ha senso andare a cercare i consensi (ed il voto) degli immigrati, come pretende di fare una parte della sinistra più estrema nella convinzione (peraltro corretta) che quello sia il nuovo sottoproletariato. Non può essere quella la nostra priorità. Ci sono già gli italiani da difendere, e non solo gli operai italiani. Questa deve essere la nostra priorità. Il resto verrà dopo. Nel rispetto degli individui e delle leggi, ma dopo.

Il programma del PPI

Il programma politico del Partito Pirata ha superato una spettacolare prova del fuoco ed ha dimostrato tutta la sua solidità.

Nonostante il fatto che il PPI sia stato presentato spesso come il partito di chi vuole abolire il copyright e legalizzare il file sharing, siamo riusciti a far capire anche ai critici più testardi che la nostra posizione è, in realtà, assolutamente rispettosa dei diritti degli autori e delle leggi. La nostra correttezza ci ha premiato e ci ha dato la forza di presentarci sulla scena politica come interlocutori credibili.

Ora credo che sia necessario concentrare la nostra azione sulla difesa della neutralità e libertà di Internet, opponendoci con forza al Telecoms Package, alla legge HADOPI in Francia e ad altre assurdità dello stesso tipo. Questa è la cosa più urgente e più importante da fare. Il resto può attendere.

Il nostro programma politico si è anche dimostrato abbastanza completo ed articolato da superare la sfida che deve affrontare un partito, come SeL, che si candidava a sedere al Parlamento Europeo ed in molte sedi decisionali nazionali.

Il contrasto con il programma politico monotematico di Rickard Falkvinge e del PPS non potrebbe essere più stridente. Come ho già detto, la politica, quella vera, ha bisogno di programmi politici di ampio respiro, completi, solidi e ben articolati. Gli slogan non bastano.

Il futuro del PPI

Personalmente, credo che il PPI debba continuare sulla strada che ha percorso finora, cercando di diffondere informazioni su questi temi e di sensibilizzare l’opinione pubblica. NON credo che debba tentare di trasformarsi in un vero partito politico (almeno per il momento) e NON credo che debba lasciarsi travolgere dai facili slogan più estremistici, come “aboliamo il copyright”.

Si tratta di un lavoro lungo e faticoso, per il quale c’è bisogno del contributo di tutti.

Come prima cosa, credo che sia tempo di dare vita ad una specie di “giuramento del pirata” che ogni cittadino possa sottoscrivere pubblicamente per dichiarare tutta la propria avversione ai comportamenti polizieschi e vessatori delle Major nei confronti dei consumatori.

Se le aziende del settore aizzano contro di noi gli organi di controllo, dobbiamo smettere di fare affari con questa gente. Che si mangino i loro CD in insalata!

Alessandro Bottoni

alessandro.bottoni@infinito.it

www.alessandrobottoni.it

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~ di ilprogettoarancione su 9 giugno 2009.

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