Sicurezza sul lavoro (again!)

Il ramo “giovane” della mia famiglia e del mio mondo sociale è tutto composto da chimici. Mio padre è un ingegnere chimico (ora in pensione) che ha lavorato per circa 30 anni per ENI e per varie altre aziende, mia madre era un chimico “puro”, mia moglie è un chimico che fa ricerca nell’industria, i miei amici sono quasi tutti diplomati o laureati in chimica. Io stesso sono un perito chimico. Vivo a meno di 5 km da uno dei più grossi impianti chimici italiani, ho lavorato per quasi un decennio come chimico, in varie aziende ed in vari ruoli e, per finire, ho anche fatto il consulente per la sicurezza per circa un anno.

Potete quindi immaginare facilmente come mi sento quando leggo sui giornali che tre persone sono morte per “le esalazioni di azoto” in una raffineria.

Sono allibito. Sono stupefatto. Non riesco a credere che cose come questa riescano ancora a ripetersi, anno dopo anno, nonostante la legislazione in vigore e nonostante gli anni di lotta per la sicurezza sul lavoro. Non riesco a credere che l’ambiente in cui lavorano mia moglie, i miei migliori amici ed in cui ho lavorato io stesso per anni riesca ancora a produrre morti in questo modo assurdo.

Ma ci sono anche altre cose, più specifiche, che mi lasciano perplesso.

Esalazioni d’azoto?!

Ieri sera, al TG3, il giornalista che ha dato la notizia ha parlato di “esalazioni di azoto”. Anche oggi, Carlo Bonini, su Repubblica Online, descrive le cause dell’incidente in questo modo:

“I vapori di azoto non hanno odore. “Ti portano via in 15 secondi”. Perché bruciano ogni singola molecola di ossigeno che incontrano. E di vapori di azoto il “Mild Hidro cracking” è saturo.”

[Da “Saras, l’orrore del sopravvissuto – “Ho cercato di salvare Bruno”” su Repubblica Online del 27 Maggio 2009]

Ora, sarebbe bastato consultare Wikipedia dallo SmartPhone per scoprire che:

“L’azoto molecolare (N2, composto di due atomi di azoto) è un gas incolore, inodore, insapore e inerte che costituisce il 78% dell’atmosfera terrestre (è il gas più diffuso nell’aria).”

[Dalla voce “Azoto” a Wikipedia]

Non si tratta quindi di un “veleno” ma bensì di un inncuo gas inerte che è presente abitualmente nell’aria che respiriamo. Anzi: per la sua concentrazione, possiamo quasi dire che l’azoto “è” l’aria che respiriamo. Il problema, semmai, sarà stato l’assenza di ossigeno (che è il comburente che usiamo per bruciare gli zuccheri e per produrre l’energia necessaria alla vita). Quasi certamente, questi operai sono quindi morti per asfissia, non per intossicazione (Il “quasi” è dovuto al fatto che nella miscela che occupava la cisterna probabilmente c’era anche qualcos’altro. Di questo però i giornalisti in questione non hanno fatto parola).

In realtà, per qualunque persona che abbia conseguito la licenza media (a 13 anni), non dovrebbe essere necessario consultare nessuna enciclopedia per scoprirlo, visto che questa informazione sulla composizione dell’aria atmosferica fa parte da sempre del piano di studi obbligatorio che occorre seguire per ottenere la licenza stessa.

Purtroppo, molti dei nostri giornalisti non hanno la benchè minima idea di come sia fatto il mondo fisico in cui vivono. Lo dimostra anche la loro innata tendenza a lasciarsi affascinare da qualunque “fenomeno inspiegabile”, dai fuochi fatui agli UFO. Questo è un fatto gravissimo perchè, in teoria, questi giornalisti sarebbero gli unici operatori autorizzati (grazie ad una serie di leggi) ad “informarci” ed “istruirci” su come va il mondo. Voi capite bene che se accettiamo di prendere lezioni da questa gente, per noi non c’è più speranza.

Morire d’ignoranza

Questa profonda ignoranza (“mancanza di conoscenza”) dei meccanismi che regolano il funzionamento del nostro mondo non è una esclusiva dei giornalisti. Si tratta ormai della regola. Duecento anni di assoluto disprezzo per la formazione scolastica ed accademica, per la scienza e per ogni altra questione “cervellotica” hanno lasciato il segno nella nostra popolazione. Come testimoniano i famosi test PISA, siamo ormai uno dei popoli più ignoranti del pianeta. Abbiamo lavorato sodo negli ultimi 50 anni per riuscirci, sotto la guida di molti governi diversi, e finalmente siamo riusciti a conquistare questo ambito titolo.

Purtroppo per noi, però, viviamo in un mondo altamente “tecnologico” e che richiede una precisa formazione tecnica e scientifica per essere “usato” senza pericoli. Questo vale nella vita quotidiana e sul lavoro. Per esempio: lo sapevate che una percentuale non piccola di incidenti automobilistici è dovuta al fatto che molti conducenti, spesso giovani, non si rendono conto di quanto realmente cambi il comportamento in frenata ed in curva della loro auto all’aumentare del carico (da una a quattro persone) od al mutare del fondo stradale (da asciutto a pioggia)? Si, avete capito bene: questa gente si ammazza, ed ammazza il prossimo, semplicemente perchè crede troppo alle pubblicità delle auto e dei pneumatici.

Sul lavoro va anche peggio. Nell’industria, infatti, si fa abitualmente uso di sostanze, di macchine, di tecnologie e di procedure che richiedono una formazione tecnica e scientifica ben precisa per non produrre rischi. Le trappole sono dovunque ed ognuna di esse può provocare una catastrofe. Per esempio, lo sapevate che molte “polveri alimentari”, come la farina di grano e lo zucchero, possono produrre miscele esplosive quando si mescolano con l’aria? Si: se “alzate della polvere” di zucchero o di farina mentre fate da mangiare, rischiate davvero che la fiamma della cucina inneschi una vera esplosione. Esplosioni di questa natura si verificano (per fortuna di rado) ancora ai nostri giorni nei mulini e nei magazzini di stoccaggio, spesso con conseguenze tragiche.

Questi tre lavoratori, come molti altri, sono stati uccisi soprattutto dal fatto che non si sono resi conto della situazione. Non potevano rendersene conto: non ne avevano i mezzi culturali. Mi dispiace doverlo dire in modo così impietoso ma sono rimasti vittima della loro ignoranza (intesa proprio come “mancanza di informazioni”, non certo come offesa) e del nobile senso di solidarietà che li ha spinti ad intervenire l’uno in aiuto dell’altro. La mancanza di conoscenze e di formazione adeguate li ha uccisi.

La pericolosità delle cisterne, infatti, è ben nota da decenni. Solo negli ultimi cinque anni, si sono avuti diversi morti a Ravenna, all’interno della cisterna di una nave, altri cinque a Roma, all’interno della cisterna di un camion, ed altri ancora in diversi altri casi. Tutti casi riportati dalla televisione, ampiamente pubblicizzati e discussi. Si tratta di un tipo di rischio che si studia da sempre nei corsi scolastici ed universitari. Qualunque perito chimico avrebbe potuto cogliere facilmente la pericolosità di quella situazione e agire in modo da evitare questi rischi (aerando l’interno della cisterna o fornendo degli strumenti di respirazione artificiale agli operatori).

Per questo il personale che ha a che fare con gli impianti dovrebbe sempre avere una preparazione specifica alle spalle, cioè un diploma od una laurea specifica per quel tipo di attività. Od almeno dovrebbe agire sotto il controllo di un supervisore competente.

L’inutilità dei corsi di formazione

Purtroppo, in molti paesi, inclusa l’Italia, si insiste a voler credere (e far credere) che sia sufficiente un banale corso di formazione aziendale di qualche decina di ore per risolvere il problema. Si prende un gruppo di operai volenterosi, ma privi di qualunque formazione specifica (diversamente farebbero altro per vivere…), li si sbatte in una sala e li si “istruisce” su quello che c’è da sapere. Se avete fatto il servizio militare, sapete di cosa sto parlando: la logica è la stessa con cui si insegnano le “consegne” alle guardie.

Di corsi come questi ne ho tenuti diversi e so di cosa parlo. Ci si trova di fronte uno strano mix di persone che va dal liceale che non ha concluso gli studi, ed è abbastanza istruito ed abbastanza sveglio, all’ex-pastore sardo che non parla (e non capisce) l’italiano, passando per l’immigrato (regolare) ukraino (che parla un italiano surreale e non si sa cosa capisca) e per l’ex-camionista o l’ex-magazziniere con la licenza media (o nemmeno quella). Nel giro di 8 – 16 ore, trascorse in una sala riunioni di fronte alle slides, questa gente deve essere “formata” in modo tale che sappia muoversi in un impianto (chimico, meccanico, elettrico, etc.) senza ammazzarsi e senza innescare un’apocalisse.

Sarà mai possibile?

Dov’erano i supervisori?

Alla impossibilità pratica di creare dei “tecnici” partendo da questo materiale umano si tenta di porre rimedio con la supervisione di un “responsabile”, di solito un perito od un laureato. La presenza di queste figure, nel corso degli anni ha salvato migliaia di vite. Lasciatemelo dire: è così. Nonostante il meccanismo della supervisione non sia perfetto, finora è stata la nostra migliore assicurazione contro i morti sul lavoro e contro le catastrofi ambientali.

In un mondo perfetto, NESSUNO dovrebbe poter entrare in un impianto industriale, od avvicinarsi ad un macchinario, senza prima presentare un certificato di abilitazione o senza essere accompagnato da un tecnico responsabile. Il tecnico responsabile dovrebbe essere sempre presente (“direzione lavori”) e dovrebbe essere un diplomato (perito) od un laureato in possesso di un titolo di studio specifico (chimica per lavorare in impianti chimici, meccanica per lavorare in industrie meccaniche. Niente liceali con formazione “generica”, per favore).

Purtroppo, però, il declino dell’industria italiana, sia nel settore chimico che in tutti gli altri, sta sottraendo risorse a questo prezioso compito. Sempre meno soldi vengono spesi per pagare gli stipendi di questi “angeli custodi”. Nello stesso modo, sempre meno soldi vengono spesi nella formazione del personale e nella manutenzione e nell’aggiornamento degli impianti.

Le conseguenze di questo lento processo di abbandono dell’industria sono state rese evidenti dalla tragedia della Thyssen-Krupp di qualche anno fa.

Come hanno ben capito le amministrazioni comunali di Ferrara negli ultimi anni, l’unica industria sicura è l’industra che “tira”. Se non c’è business, non ci sono investimenti e senza investimenti non c’è sicurezza.

Se volete approfondire questo argomento, provate a leggere “Mezzanotte e cinque a Bhopal” di Dominique Lapierre e Javier Moro.

La questione della lingua

Negli ultimi anni si è aggravato un problema che affligge da sempre la nostra industria: molti operatori, specialmente tra i ranghi più bassi, non parlano l’italiano. Cosa molto più grave, non lo capiscono.

Questo è un problema storico dell’industria italiana. Sin dagli anni ’20 gli ex-agricoltori che migravano dal sud e dalle isole verso il nord industrializzato si sono trovati di fronte ad una barriera linguistica molto pesante. Non raccontiamoci balle: molti dei “milanesi” di oggi (che magari votano Lega e si sentono “nordici”) sono figli di persone che trent’anni fa avevano dei seri problemi linguistici persino nel fare la spesa a Milano, figuriamoci come potevano capire cosa gli veniva detto in fabbrica. Negli ultimi vent’anni, con l’arrivo di manodopera da praticamente qualunque angolo del mondo, questo problema si è aggravato in maniera tragica.

Avete mai provato a spiegare come funziona uno strumento scientifico od un pezzo di impianto chimico ad un gruppo di persone che proviene da dieci paesi diversi e parla otto lingue diverse? Provateci! Provate a tradurre al volo “valvola di intercettazione” o “prisma ottico” in qualcosa che sia per loro comprensibile. A me è già successo di dover affrontare situazioni del genere e non me ne è rimasto un bel ricordo.

Negli Stati Uniti, che devono affrontare lo stesso problema da molto prima di noi, questo problema è stato risolto nel modo seguente. Prima di essere assunto e/o prima di essere assegnato ad un qualunque incarico “pericoloso”, il lavoratore viene sottoposto ad un test linguistico. Lo chiudono in una stanza e lo chiamano al telefono od alla radio parlando in inglese. Il responsabile (che è sempre di madrelingua inglese) gli ordina di eseguire delle operazioni e di descrivere degli oggetti nella stanza. Se la conversazione va a buon fine, il lavoratore viene assunto e/o assegnato all’incarico. Diversamente va a fare qualcos’altro.

Ovviamente è una soluzione draconiana ma… voi affidereste l’impianto chimico che sorge a 5 km da casa vostra ad un tecnico che non capisce cosa gli viene detto di fare o che non è in grado di raccontarvi al telefono cosa vede davanti a sè?

E, ricordatelo, la conoscenza dell’italiano è solo uno dei problemi. Gran parte della documentazione tecnica e gran parte delle comunicazioni industriali avviene infatti in inglese, non in italiano. Tutta la terminologia è in inglese. Quasi sempre i corsi sulle nuove tecnologie sono tenuti in inglese.

Inoltre, non basta capire l’italiano per capire cosa significa “prisma ottico”, così come non basta conoscere l’inglese per capire cosa sia una “Nitrogen pipeline”. La comprensione di termini tecnici e di procedure industriali richiede anche un livello minimo di conoscenze tecniche.

L’ignoranza uccide

La legislazione italiana in materia di sicurezza è una delle più restrittive del pianeta. In alcune aree del paese viene persino fatta rispettare. Tuttavia, c’è uno “zoccolo duro” di morti sul lavoro che non si riesce ad eliminare. Anzi: c’è persino un leggero e costante aumento di certe tipologie di incidenti che, francamente, non dovrebbero essere più possibili da decenni.

Sono le morti dovute al fatto che si mandano letteralmente allo sbaraglio persone prive di qualunque formazione tecnica e di qualunque consapevolezza dei rischi. In nome di una occupazione sempre più misera e sempre più insicura, si accetta che persone totalmente impreparate possano mettere piede in ambienti industriali rischiosi e maneggiare attrezzature che richiedono competenze specifiche.

Francamente, questo è inaccettabile.

Non è accettabile per i lavoratori perchè non si può rischiare di morire, ammazzati dalla propria ignoranza, per portare a casa uno stipendio sempre più misero.

Ma non è accettabile nemmeno per la società nel suo complesso perchè non è ammissibile che l’errore di un tecnico non adeguatamente preparato possa provocare una catastrofe che potrebbe coinvolgere un’intera città.

Molti dei nostri impianti chimici si trovano infatti a pochi km da città densamente abitate. Il personale che opera all’interno di questi impianti deve essere in grado di garantire la sicurezza della propria persona, dei propri colleghi e di tutta la popolazione circostante.

Per far marciare un impianto (chimico o di altro tipo) in condizioni di sicurezza ci vogliono dei professionisti adeguatamente preparati ed istruiti in modo specifico per il compito che devono svolgere. Non si può improvvisare.

E’ così che si fa “industria”, ed è così che si fa “sicurezza”. Il resto son chiacchere.

Alessandro Bottoni

alessandro.bottoni@infinito.it

www.alessandrobottoni.it

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~ di ilprogettoarancione su 27 maggio 2009.

Una Risposta to “Sicurezza sul lavoro (again!)”

  1. Della risibile storia dell’azoto me ne ero accorto anch’io….e pochi altri a quanto pare. Purtroppo è solo una goccia in un mare di perle di cui “l’informazione” ci subissa tutti i giorni, e magari queste inesattezze (falsità) si fermassero a dettagli tecnici (ma che l’atmosfera sia per 4/5 azoto è un dettaglio? è tecnico?).

    Il firmatario dell’articolo in questione, fra l’altro, è uno dei reporter di punta di Repubblica, uno che fa le inchieste scottanti con D’Avanzo. Se questo è il livello medio della sua documentazione, andiamo bene.

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