Il Ministro Brunetta ed i fannulloni su Facebook

La notizia è di qualche giorno fa ma fa ancora il suo effetto:

“E’ Facebook il ricettacolo dei fannulloni italiani? Il più amato dagli scansafatiche? E’ questa l’opinione del ministro Renato Brunetta.

Il ministro per la pubblica amministrazione e l’innovazione è entusiasta di Facebook, per i contatti che gli consente con l’elettore; ma la maggior parte degli accessi a Facebook, a suo dire, avverrebbero dai Pc dei dipendenti pubblici.

Per questo motivo il ministro Brunetta ha annunciato l’installazione di un filtro che impedisca agli statali di accedere dalle proprie postazioni di lavoro al popolarissimo network. ”

[Da “Brunetta proibisce Facebook agli statali” su ZeusNews]

Internet buona ed Internet cattiva

Certo, sarebbe meglio che la predica venisse da un altro pulpito, visto che Brunetta stesso è ben noto per il suo spettacolare livello di assenteismo e di menefreghismo quando sedeva al Parlamento Europeo:

“In precedenza vicino al partito socialista, nel 1999 viene eletto deputato al Parlamento europeo nelle liste di Forza Italia dove si piazza al 611mo posto per le presenze con una percentuale di assenteismo del 51,79%.”

[Da Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Renato_Brunetta ]

Tuttavia, c’è del vero in quello che sostiene. Effettivamente si fa un uso discutibile delle tecnologie attuali (Internet e cellulari) all’interno delle aziende, private e pubbliche. Sia Internet che i cellulari hanno “bucato il muro della prigione” e permettono ormai ai dipendenti di continuare a fare i loro interessi personali mentre si trovano sul posto di lavoro.

Si pone quindi il problema di consentire un uso “legittimo” e “utile” di Internet (e dei cellulari) e di limitare, magari bloccandolo e sanzionandolo, un uso “cattivo”, “illegittimo” e “dispersivo” di questi strumenti.

Peccato solo che questo sia tecnicamente impossibile.

Gli strumenti e le tecniche a disposizione

Per controllare la navigazione su Internet si può usare un firewall (http://it.wikipedia.org/wiki/Firewall). Forse.

In realtà, il firewall funziona solo finchè uno dei molti impiegati di un ufficio non scopre come “bucarlo” e comincia a spiegarlo agli altri. I mezzi e le tecniche non mancano.

Giusto la settimana scorsa sono stato per lavoro negli uffici di un’azienda che, oltre ad altre cose, usa uno magnifico firewall di terza generazione (un bellissimo Power-1 di Check Point: http://www.checkpoint.com/products/power-1/index.html ) per questi (ed altri) scopi. Sapete che cosa ho visto? Molto semplicemente, ho visto che nessuno si è preoccupato di mettere nella blacklist del firewall questi tre siti:

http://pagewash.com/

http://www.anonymizer.com/

https://www.relakks.com/

Come noto, si tratta di proxy di anonimizzazione che vengono usati appunto per scavalcare i firewall (http://it.wikipedia.org/wiki/Proxy).

Una svista degli amministratori del firewall? Forse.

In un’altra azienda ho notato che si usano dei “Web Desktop” come GHOST e Glide:

http://g.ho.st/

http://www.glideos.com//

Ovviamente, se ci si collega ad uno di questi ambienti e si naviga a partire da lì, usando il browser interno del web desktop, ogni restrizione imposta dal firewall viene scavalcata.

Ma questo non è tutto. Esistono da anni strumenti di HTTP tunneling (http://it.wikipedia.org/wiki/HTTP_tunneling) e di altro tipo che permettono di bucare i firewall camuffando una comunicazione di quasi qualunque tipo per una normale comunicazione web.

Addirittura, molti gestori di siti web e molti creatori di reti P2P hanno integrato sistemi e tecniche anti-firewall nei loro prodotti e nei loro servizi per evitare di restare tagliati fuori dalle aziende e quindi da una parte rilevante della loro audience.

Ottenere i risultati voluti con un firewall, soprattutto all’interno delle grandi aziende (dove spesso gli amministratori non hanno nessuna intenzione di fare i poliziotti e dove nessuno impone realmente loro di farlo) è quasi impossibile.

L’inutilità dello sbirro

In realtà, questo tipo di controllo è soprattutto inutile.

Internet è solo uno dei moltissimi modi di imboscarsi. C’è anche la macchinetta del caffè, c’è il telefono cellulare, ci sono i corridoi… Chi non ha voglia di lavorare, trova sempre il modo di non lavorare. In caserma, dove ho prestato il servizio militare, campeggiava un cartello con scritto; “certe persone farebbero qualunque cosa pur di non fare niente”. Sante parole.

Il problema non sta negli strumenti disponibili (Internet, il cellulare,etc.) ma nelle persone. La mancanza di motivazione, la frustrazione ed un meccanismo di selezione che non tiene minimamente conto delle caratteristiche personali e psicologiche dei candidati al momento dell’assunzione sono la vera ragione di questi comportamenti.

Chi decide?

Comunque, anche ammesso che si voglia seguire la strada del blocco, c’è sempre il problema di decidere cosa bloccare e cosa far passare attraverso i firewall.

Chi decide le policy dei firewall?

Internet è una realtà mutevolissima. Non soltanto appaiono e scompaiono continuamente molti siti, anche molto famosi, ma soprattutto ci sono siti che cambiano continuamente indirizzo (come ThePirateBay dopo il blocco) o che creano dei redirect proprio per scavalcare i firewall. Questo per non parlare delle tecnologie delle reti P2P in rapida e costante evoluzione.

Se il Ministero deve stare al passo con questi cambiamenti con i suoi documenti ufficiali, è certamente destinato a perdere.

Bisogna allora delegare questa funzione a delle persone. Le stesse persone che gestiscono la rete nei vari dipartimenti. Le stesse persone che, quasi certamente, non hanno nessun interesse a filtrare il traffico. Le stesse persone che possono facilmente barricarsi dietro al moltissimo lavoro di altro tipo che comunque devono svolgere.

Francamente, è una guerra persa in partenza.

Ed è meglio che lo sia. Non dimentichiamo che le policy dei firewall sono anche una efficacissima, fastidiosissima e poco giustificabile forma di censura.

Reti di relazioni di pubblica utilità

In realtà, c’è qualcosa di schizofrenico nel comportamento delle aziende e delle pubbliche amministrazioni. Da un lato si vuole che i dipendenti imparino a sfruttare Internet per svolgere al meglio il proprio lavoro e dall’altro si vuole vietare questo o quell’uso della rete sulla base di ragionamenti non sempre condivisibili.

Sarebbe forse il caso, piuttosto, di lasciare che il sistema evolva liberamente e che trovi un suo equilibrio naturale. Sarebbe il caso di avere un minimo di fiducia nella cosiddetta “intelligenza collettiva” e nella capacità di auto-organizzazione di ogni sistema sociale.

Cinquant’anni fa, al momento della introduzione dei telefoni, abbiamo assistito alle stesse schizofrenie ed alle stesse paranoie. Ora nessuno si sogna più di “mettere un filtro” sulle telefonate. Si paga una flat aziendale e si lascia perdere. Costa meno e crea meno problemi di rapporto con i dipendenti. Perchè dobbiamo ripetere lo stesso errore per Internet?

In realtà, bisognerebbe piuttosto sfruttare le reti di relazioni che questi strumenti permettono di creare per migliorare il lavoro di gruppo delle aziende, pubbliche e private. Sono assolutamente certo che il 99.999% dei contatti Facebook dei dipendenti pubblici sia di tipo personale e godereccio ora. Non sono altrettanto sicuro che sarà così tra 10 anni. Come si sono create delle reti di relazioni interne alle aziende grazie al telefono, a maggiore ragione questo avverrà grazie ad Internet. Noi tutti, come cittadini e come “azionisti” dell’azienda statale abbiamo solo da guadagnarci.

Più in generale, sia lo stato che le singole amministrazioni, che le aziende private, che tutti i cittadini hanno solo da guadagnare da una crescente informatizzazione delle comunicazioni e delle reti di relazioni. Forse è tempo di capire che si deve concedere spazio ad Internet, anche sui posti di lavoro, se si vuole che Internet possa darci veramente quello che può dare e di cui abbiamo così disperatamente bisogno.

La questione della parcellizzazione

Il problema, semmai, è di imparare a parcellizzare il lavoro svolto.

L’atteggiamento mentale corrente delle aziende, pubbliche e private, di qualunque dimensione è il seguente.

“Lurido bastardo, ti pago profumatamente per averti otto ore al giorno, cinque giorni alla settimana, 50 settimane l’anno, e ti avrò! Devi stare qui dentro, a lavorare! Devi pensare ai miei interessi, non ai tuoi! Non importa se non hai niente da fare e stai solo qui a marcire come una lisca di pesce. Non importa se non ti permetto di lavorare per questo o quel motivo. Sei mio! Devi stare qui dentro e schiattare! Dovessi anche restare tutto il tempo a fissare il muro, devi stare qui, a mia disposizione! Ti pago e quindi ti possiedo!”

Ovviamente, l’atteggiamento mentale medio di un lavoratore è il seguente.

“Dannato bastardo, non mi avrai! Non lavorerò mai per te! Non importa cosa tu ti possa inventare, io riuscirò sempre a sfuggire.”

Se non si supera questa contrapposizione, non si va da nessuna parte.

Nel mio ambiente (sviluppo software in modalità decentralizzata, su Internet e, spesso, per Internet) il rapporto che esiste tra datore di lavoro (o project manager, che spesso sono io) e lavoratore (programmatore, grafico, etc.) è il seguente.

Datore di lavoro: “C’ho bisogno del pezzo X, descritto nella relativa scheda, per la data D e posso pagarlo la cifra C. Chi me lo fa?”

Lavoratore: “Sei un lurido pidocchio. Ci paghi meno di un manovale nell’edilizia. Comunque ti conosciamo e te lo facciamo per pura amicizia. Te lo diamo alla cifra C+n e te lo consegniamo alla data D+d.”

Datore di lavoro: “Siete dei luridi bolscevichi. Se dipendesse da me vi farei fucilare alla schiena per comportamento antipatriottico. Comunque vi conosco e ve lo lascio fare per pura amicizia. Dovreste essere voi a pagarmi per questo privilegio.”

Normalmente, alla data D+(n x m) arriva qualcosa che somiglia vagamente ad X e dopo una serie di peripezie più o meno lunghe una cifra T, con T>(C+n), viene versata sul conto corrente del lavoratore. In questo modo, si riesce a consegnare qualcosa al cliente evitando di essere denunciati per truffa.

Inefficiente e forse artigianale ma funziona. Si consegna sempre qualcosa e non c’è nessuna ragione di sorvegliare i lavoratori. Facciano pure quello che vogliono su Internet e coi loro cellulari. Se mai vogliono la cifra C+n, alla data D o D+d mi devono dare qualcosa che superi i collaudi.

Badate bene che questo approcio viene abitualmente usato dalle software house anche per la gestione di progetti che vengono sviluppati completamente al loro interno, senza il coinvolgimento di consulenti esterni. La differenza sostanziale è che invece di soldi “veri” vengono pagati ai lavoratori dipendenti dei tokens virtuali che, a fine anno, permettono di accedere ai premi di produzione (dal 10 al 40% dello stipendio totale).

La parte difficile di questo lavoro è scrivere la scheda di X e definire i criteri di collaudo. In buona sostanza, la parte difficile consiste nel definire cosa si vuole ottenere e nel capire quando l’oggetto che ci viene consegnato è effettivamente ciò che era stato chiesto (o qualcosa di meglio, come avviene quasi sempre).

Questo approcio committente/fornitore viene abitualmente usato per la creazione di qualunque tipo di prodotto, sia materiale che virtuale, sia per la gestione di progetti interni (basati sull’uso dei dipendenti) che per la gestione di progetti esterni alle aziende (basati su consulenti a progetto). Date un’occhiata a questo sito per capire quanto sia andata avanti questa metodologia di lavoro:

http://www.e-lance.com/

Questo approcio viene abitualmente usato anche per la fornitura di ogni genere di servizi, a partire dalla consulenza agli utenti. Basti pensare agli innumerevoli call center che rispondono a questo tipo di richieste. L’unica differenza è che si paga il lavoratore “a chiamata” invece che “a progetto” (sempre con soldi veri se esterno e con tokens virtuali se interno).

Il telelavoro

Alla base di questo meccanismo c’è infatti la nostra possibilità di lavorare da casa (o dal treno, o sull’aereo). Non interessa a nessuno dove siamo e cosa facciamo durante le ore di lavoro. Interessa solo che un oggetto con le caratteristiche richieste venga depositato sul server comune entro una certa data e che superi i collaudi previsti.

Nessuno di noi si muove mai inutilmente dalla sedia. Le riunioni vengono tenute in chat (noi usiamo IRC ma si può usare Jabber o qualcosa di simile, con o senza audio e webcam).

Il nostro ufficio è abitualmente un server che contiene il materiale prodotto e che gestisce l’organizzazione del progetto e le comunicazioni. Noi usiamo una installazione centrale di Bazaar a cui girano attorno i Bazaar personali (Vedi: http://en.wikipedia.org/wiki/Bazaar_(software) ma si potrebbe usare benissimo SubVersion o CVS. Molto spesso, sullo stesso server c’è il sistema di Ticket Tracking (noi usiamo Mantis) ed un sistema di gestione dei gruppi di lavoro (solitamente eGroupWare, Kolab o phpGroupWare).

L’inquinamento da noi prodotto è sostanzialmente zero. Il traffico da noi prodotto nelle strade è sostanzialmente zero. I costi sono ovviamente molto più contenuti di analoghi gruppi di lavoro che hanno una sede fisica in una palazzina, pagano l’affitto e devono muoversi in auto.

Conclusioni

Credo che se la PA ed il ministro Brunetta vogliono veramente migliorare il livello di servizio ed il livello di gestibilità delle PA, oltre che ridurre i costi, dovrebbero preoccuparsi di imparare dai gruppi di lavoro di Internet.

Fare la guerra a Facebook, all’uso smodato di Internet, dei cellulari e dei telefoni fissi è una guerra di retroguardia che non porta a nessun altro risultato se non un innalzamento del livello di scontro tra datore di lavoro e lavoratori.

Alessandro Bottoni

alessandro.bottoni@infinito.it

www.alessandrobottoni.it

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~ di ilprogettoarancione su 8 maggio 2009.

2 Risposte to “Il Ministro Brunetta ed i fannulloni su Facebook”

  1. penso sia il parlamento il ricettacolo dei fannulloni italiani. e non tacciatemi di qualunquismo.. è cruda e amara realtà.

  2. Ciao Alessandro
    sono d’accordo con quello che hai scritto, l’approccio e’ perfetto, (battaglia di retroguardia etc..) ma vorrei aggiungere che il tuo modo di organizzare il lavoro risponde ad una logica esclusivamente utilitaristica in cui il denaro (anche i token servono per guadagnare di PIU’) e’ l’unita’ di misura del tutto. Mi dispiace ma un’organizzazione o una societa’ di questo tipo ha perso la sua anima ed il “funziona” essendo giudicato su di un arco temporale soggettivo e’ fuorviante.
    Ci sono valori che debbono fare da riferimento al fetticio denaro ed e’ su questi che dobbiamo fare chiarezza
    saluti
    Roberto

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