Peer Reviewing and Scientific Publishing

Ieri ho creato dal nulla un “contratto elettorale” in cui mi impegno a fare alcune cose a favore della ricerca scientifica se verrò eletto al parlamento europeo. Lo trovate qui:

https://ilprogettoarancione.wordpress.com/impegno-per-la-scienza-e-la-tecnologia/

Quasi tutti i punti di questo “contratto” sono autoesplicativi ma i punti 8 e 9 meritano qualche spiegazione. In questo articolo spiego perchè ho inserito il punto 9. Questo punto recita:

“Promuovere la creazione di uno o più organismi pubblici di “peer validation” che possano affiancare le riviste scientifiche private nel lavoro di verifica dei lavori di ricerca e nella loro divulgazione, questo allo scopo di rendere più veloce e più ampia la diffusione dell’informazione scientifica.”

Per Titoli ed Esami

Durante la stesura della tesi o subito dopo la laurea, qualunque laureato in qualunque disciplina scientifica si trova nella necessità di documentare il lavoro che ha svolto e di farlo “certificare” da qualcun altro. Tutti i concorsi e tutti i meccanismi di finanziamento di tutte le università di tutti i paesi del mondo si basano infatti su un meccanismo “per titoli” (molto, molto più raramente “per titoli ed esami”). In buona sostanza, se si vuole sperare in un finanziamento per la ricerca e/o in uno stipendio (solitamente indegno di un ricercatore) si devono presentare degli articoli in cui si descrive il lavoro svolto in precedenza.

Nei paesi molto, molto più fortunati e più seri del nostro il lavoro svolto in precedenza dai ricercatori viene misurato contando gli articoli pubblicati sulle varie riviste di settore e dando loro una valutazione di massima, spesso basata sulla testata che li ha ospitati e sulla fama dei ricercatori coinvolti come co-autori. Un articolo pubblicato su “proceeding in spectroscopy” vale di più di uno pubblicato su “Topolino” ed un articolo di fisica in cui appare Carlo Rubbia come team leader vale di più di uno in cui appare Gabriella Carlucci (non sempre…).

Nei paesi dell’avanguardia quintomondista come il nostro, invece, ci si limita spesso a stampare gli articoli presentati dai vari candidati ed a pesarli sulla bilancia da cucina. Vince quello che ha prodotto più carta. Va bene anche la carta usata in precedenza per incartare il pesce.

Questo curioso meccanismo porta alla cosiddetta “publishing fever” o “febbre da pubblicazione”: il ricercatore medio cerca di pubblicare qualunque cosa, non importa cosa e non importa su quale testata, al maggior ritmo fisicamente possibile. In mancanza di meglio, cerca di apparire come co-autore in lavori collettivi, anche di scarsissima importanza. Proprio su “Le scienze” di Maggio 2009 c’è la notizia che un articolo di fisica intitolato “Precision Electroweak measurement of the Z resonance”, apparso nel 2006 su “Physics Reports” ha stabilito il nuovo record di firme: 2512 autori accreditati. In molti di questi articoli il numero delle pagine occupato dai nomi degli autori è di 5 o 10 volte superiore al numero delle pagine dell’articolo.

Il Potere di Elsevier

A questo punto i lettori più attenti hanno già capito dove sta il problema: se il futuro dei ricercatori (e quindi della ricerca scientifica) dipende dalle loro pubblicazioni, chi controlla le pubblicazioni controlla la ricerca.

La principale casa editrice del settore è la olandese Elsevier che controlla circa 20.000 (ventimila) riviste di settore, quasi tutte in inglese, e quindi la quasi totalità del mercato. Elsevier è un mostro sacro del settore. È stata fondata nel 1580 (in pieno rinascimento) ed è talmente famosa che dal nome del suo fondatore (Elzeviri) deriva indirettamente il termine italiano “elzeviro” (che identifica un articolo di approfondimento). Trovate le informazioni del caso su Wikipedia:

http://it.wikipedia.org/wiki/Elsevier

http://www.elsevier.com/wps/find/homepage.cws_home

http://it.wikipedia.org/wiki/Elzeviro

Il difficile lavoro del revisore scientifico

Quasi tutte le riviste pubblicate da Elsevier sono bimestrali o semestrali, si possono acquistare solo su abbonamento e l’abbonamento costa da 500 a 2000 euro l’anno. In altri termini, si tratta di riviste che costano da 80 a 1000 euro a numero.

Questi costi spropositati sono così ripartiti: circa due euro a numero sono dovuti alla carta ed alla spedizione, il resto è dovuto agli stipendi dei cosidetti “reviewer” cioè ricercatori universitari di chiara fama che accettano di leggere gli articoli proposti per la pubblicazione e di verificare che non dicano cazzate. Ooops! Volevo dire: “imprecisioni”. Potete trovare qualche approfondimento qui:

http://it.wikipedia.org/wiki/Revisione_paritaria

http://en.wikipedia.org/wiki/Peer_review

Il lavoro dei reviewer, pagato a suon di migliaia di euro ad articolo, è ancora decisamente sottopagato per la fatica che comporta. Si tratta di leggere decine di pagine scritte in ostrogoto arcaico compresso e crittografato, arrivare ad intuire cosa l’autore NON voleva far capire ai suoi lettori (per evitare di rivelare la sua ignoranza), cercare di capire se si tratta di una cazzata (99% dei casi) e, nella remotissima ipotesi che NON fosse una cazzata, mettere a punto un esperimento per determinare se l’articolo descrive qualcosa di reale.

Come potete facilmente immaginare, le redazioni delle riviste scientifiche sono abitualmente sommerse da materiale di livello decisamente infimo. Solo una minima percentuale (si dice tra l’1 ed il 5%) degli articoli sottoposti supera la peer review e, di solito, impiega ANNI per arrivare sulle pagine della rivista.

Il reviewer, infatti, oltre a dover fare lo slalom tra il materiale non pubblicabile (che va comunque letto e valutato), deve anche fare gli esperimenti di verifica. Ripetere un esperimento, soprattutto nel settore della fisica, può essere tutt’altro che semplice. Quando lo LHC di Ginevra comincerà a produrre dei risultati, chiunque volesse sottoporre a verifica indipendente i lavori dei ricercatori del CERN dovrebbe… costruire un secondo LHC da qualche altra parte nel mondo.

A questo punto potete capire perchè le riviste di Elsevier costano migliaia di euro a numero.

In realtà, i costi delle riviste scientifiche NON vengono coperti dagli abbonamenti o dalla pubblicità (che pure è presente ed è anche molto costosa). La gran parte dei costi viene coperta dai riceratori che chiedono di pubblicare. Insieme al “manoscritto”, infatti, è necessario spedire anche un bell’assegno il cui valore va da poche centinaia di euro a diverse migliaia, a seconda della testata.

I ricercatori che non dispongono di questi fondi restano tagliati fuori. Quelli che hanno soldi da spendere in queste cose (come molte università americane), pubblicano come ciclostili. In buona sostanza, le riviste si trovano non più a valutare la qualità dei lavori che vengono sottoposti alla loro attenzione ma piuttosto la disponbilità di fondi di chi li sottopone.

Valutare per Decidere

Questo fenomeno ha una conseguenza drammatica sul modo in cui viene finanziata la ricerca scientifica: chi ha più soldi pubblica di più e, di conseguenza, riesce a supportare con i suoi lavori altre richieste di finanziamento, in un processo che si autoalimenta. I grossi centri di ricerca decollano e si ingrandiscono sempre di più (indipendentemente dalla qualità dei loro lavori) ed i piccoli svaniscono come nebbia al sole.

Questo perchè gli enti di finanziamento non dispongono di nessun altro meccanismo per valutare la qualità dei progetti di ricerca se non la fama dei ricercatori coinvolti e la qualità dei lavori sviluppati in precedenza.

Alternative ad Elsevier

Questa è la ragione per cui, già da anni, molti laboratori universitari e molti enti stanno cercando di superare il meccanismo di “certificazione” basato sulla pubblicazione sulle riviste scientifiche.

Ovviamente, tutti questi progetti si basano sulle due innovazioni di maggiore rilevanza del nostro secolo: la pubblicazione sul web, invece che sulla carta, e la “peer review” effettuata da volontari, invece che da redazioni pagate. In buona sostanza, il modello editoriale che si vorrebbe adottare è quello di Wikipedia (o, più esattamente, quello di Citizendium o di Google Knol).

Conclusioni

A questo punto, potete facilmente capire perchè esiste il punto 9 nel mio “contratto”: se si vuole che la ricerca scientifica europea decolli, e produca ei risultati concreti, è necessario rendere più agile, più veloce, più efficace, più economico e più trasparente il meccansimo del “peer review”. Bisogna quindi affiancare alle riviste scientifiche un organismo pubblico in grado di svolgere questo lavoro in modo serio e veloce (con soldi pubblici e privati).

Questo è tanto più importante se ci si ferma per un attimo a riflettere su un fatto inquietante: in questo momento, circa l’80% delle pubblicazioni scientifiche di tutto il mondo, di qualunque setttore, sono sotto il controllo di un solo editore (Elsevier). Il potere “mediatico” di cui gode Berlusconi è roba da ridere al confronto.

Alessandro Bottoni

alessandro.bottoni@infinito.it

www.alessandrobottoni.it

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~ di ilprogettoarancione su 6 maggio 2009.

5 Risposte to “Peer Reviewing and Scientific Publishing”

  1. Ciao Alessandro.
    In realtà questo già succede. Elsevier non è l’unico editor di riviste scientifiche, anche se è molto importante. Per tutto il settore di Informatica, Elettronica e Telecomunicazioni IEEE ed ACM (che da poco sono una cosa sola) svolgono lo stesso ruolo. Le revisioni però vengono effettuate da volontari interpellati dall’editor. E’ una pratica comune. Esistono delle riviste openaccess (http://www.doaj.org/) in cui tutto viene fatto non attraverso un editore ma attraverso un sito, annulla i costi di mantenimento della struttura e quindi permette di evitare costosi abbonamenti.

    • Si, certo, lo so bene. Voglio spingere questo meccanismo molto più avanti.

      Ci sono settori, come quelli della medicina, della chimica, della biologia e della fisica dove questo meccanismo “aperto” stenta a decollare per mancanza di fondi (un volontario non può certo mettersi a ricostruire una molecola farmaceutica e testarla su amici e parenti…). Qui bisogna intervenire.

  2. Ma questo non lo fa neanche elsevier…

    Secondo me una cosa buona e giusta sarebbe fare si che le ricerche scientifiche che vengono svolte con soldi pubblici siano pubblicate in riviste che garantiscano l’accesso a tutti, o almeno agli istituti di ricerca a prezzi popolari. Anche in quei paesi per cui collegare “prezzi popolari” al reddito medio di un ricercatore significa spendere 1000$ all’anno.

    oh, sia chiaro, ti lascio tutti questi commenti non per puntiglio ma per aiutarti a centrare il bersaglio grosso … :-)

    • In realtà in alcuni stati questo già capita. Ad esempio negli Stati Uniti qualunque ricercatore pubblichi delle ricerche biomediche cfinanziate dal National Institute of Health (NIH) è obbligato a rendere i contenuti liberamente accessibili a chiunque. Poi esistono anche molte riviste open access, come ad esempio PLOS. Certo è che occorrerebbe pubblicizzarle maggiormente e far si che per i ricercatori sia preferibile pubblicare su una rivista open-access piuttosto che su una rivista a pagamento.

  3. Infatti, mi sono ispirato proprio all’esperienza americana ed a quella delle riviste open. Questo meccanismo va importato in Europa e adottato su larga scala se vogliamo dare una spinta alla produzione di conoscenza scientifica e di tecnologia nel nostro continente.

    Questo anche se, in realtà, a me interessano di più gli aspetti di libertà di ricerca, di pari opportunità tra i ricercatori e di qualità della produzione (soprattutto come miglioramento del rapporto segnale/rumore sulle riviste).

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