Riguardo al Copyright

Il termine inglese “copyright” (“diritto di copia”) identifica in modo molto più preciso del termine italiano “diritto d’autore” il vero punto focale della nostra discussione.

Personalmente, infatti, io non sono affatto contrario al Diritto d’Autore. Anzi: ne sono un convinto sostenitore. Lo dimostrano ampiamente i documenti che ho scritto per la fondazione del Partito Pirata italiano, molti miei articoli e, soprattutto, la proposta di riforma della legge sul Diritto d’Autore che abbiamo consegnato alla apposita commssione, presieduta dal professor Antonio Gambino, nel 2007. Non c’è da stupirsi di questo: la legge sul diritto d’autore protegge alcuni diritti fondamentali dell’individuo, nella sua veste di autore, e come tale non è da mettere in discussione.

Io stesso sono un autore (di testi tecnici e di software). Se non arrivassi a capire questi banali concetti dimostrerei di non aver capito nulla del mio stesso lavoro.

Piuttosto, ciò che è tempo di mettere in discussione è appunto il Diritto di Copia (copyright). Più esattamente, è tempo di ridefinire chi debba rispettare questo diritto di copia.

Al giorno d’oggi, non è più tecnicamente possibile imporre il rispetto del diritto di copia. Chiunque, con mezzi tecnici assai modesti e con competenze tecniche certamente non sofisticate, può produrre una copia perfetta di qualunque oggetto digitale e ridistribuirla su scala mondiale a costo zero. Non è possibile impedire questo fenomeno in nessun modo.

Per dirla all’americana, “copyright is not enforceable any more.”

Per essere ancora più precisi, il rispetto del diritto di copia non può più essere imposto a forza di leggi e strumenti tecnici ai privati cittadini mentre può ancora essere imposto facilmente a tutti gli operatori professionali: TV, radio, locali da ballo e di intrattenimento, etc.

Tra l’altro, è moralmente corretto che il privato cittadino, che non agisce a scopo di lucro, non sia soggetto agli stessi obblighi di legge previsti per gli operatori professionali, che invece basano la loro attività economica proprio sullo sfruttamento commerciale di queste opere.

Si tratta quindi di ridefinire il concetto stesso di “diritto di copia” in questo modo:

“Il Diritto di Copia (copyright) è il diritto di creare copie di opere protette dalla legge sul Diritto d’Autore e di ridistribuirle con qualunque mezzo. Il privato cittadino, che non trae profitto da questa attività, gode naturalmente di questo diritto inalienabile. L’operatore professionale, che trae profitto dalla copia e/o dalla redistribuzione di queste opere, gode ugualmente di questo diritto ma è tenuto a corrispondere una quota dei suoi ricavi a chi detiene i relativi diritti. L’entità di questa quota è stabilita da appositi accordi tra le parti. In mancanza di accordo diretto, è il Giudice a determinarla.”

Questo, ovviamente, corrisponde alla liberalizzazione del fenomeno del “file sharing” (della “pirateria multimediale”) e comporta una completa ridefinizione del ruolo delle case editrici e dei rivenditori.

Non significa però nulla di diverso da quello che è già successo in ogni caso. Questa è già la realtà in cui viviamo ed è il mondo che si aspetta in futuro, non importa quanto disperatamente e violentemente lotteremo per impedirlo.

Come autore, sono dispiaciuto quanto RIAA, MPAA e BSA che non sia più possibile arricchirsi con la pubblicazione di un libro, di un brano musicale, di un film o di un programma per computer ma questa è la realtà. Possiamo solo adattarci a questa nuova realtà o soccombere.

Io propongo a tutti quanti di adattarci e sopravvivere.

In particolare, vi prego di notare che questo nuovo stato di cose non impedisce affatto alle case editrici ed ai rivenditori di vendere le loro opere ai privati cittadini e di trarne guadagno. Impedisce soltanto ai rivenditori di costringere i cittadini, con la forza della legge e/o con la forza dei mezzi tecnici, a comprare alle loro condizioni o ad astenersi dal consumo.

Questo è moralmente giusto perchè ciò che questi rivenditori pretendono di commercializzare come se fosse un pezzo di formaggio è in realtà la nostra Cultura. Come tale non appartiene a loro. Non appartiene nemmeno agli autori che l’hanno prodotta. Appartiene alla specie umana come tale.

L’accesso alla cultura non può essere negato, per nessuna ragione. Meno che mai per ragioni economiche.

In buona sostanza, la nostra evoluzione tecnica (non certo la mia volontà politica o quella di chiunque altro) ha fatto in modo che il privato cittadino (lo “end user”, il “mercato al dettaglio”, etc.) non possa più essere il mercato principale dell’industria che produce contenuti (musica, film, libri, etc.). Il mercato di riferimento di questa industria deve diventare quello professionale, cioè il mercato rappresentato da chi usa questi contenuti come mezzo per qualche tipo di attività a fini di lucro. Questo non perchè lo voglio io ma perchè non è più possibile fare diversamente.

Alessandro Bottoni

alessandro.bottoni@infinito.it

www.alessandrobottoni.it

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~ di ilprogettoarancione su 15 aprile 2009.

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